Povero Johnny!

16 Dicembre 2009

“Buongiorno!” esclama Johnny tutte le mattine, appoggiando il suo casco sulla scrivania. Lo fa con un’aria dichiaratamente fintoentusiasta e subito aggiunge “come va stamattina?”, sperando di cogliere una vena polemica nella risposta di qualcuno, ma sapendo che riceverà solo dei politici ”bene grazie” . E allora si toglie la sciarpa ed espira a fondo, aspettando di poter annuire e replicare con un affettatissimo ”me ne compiaccio”. E se, per semplice educazione, si decidesse di concedergli un cortese “e tu?” si può star certi che risponderebbe con distaccata disinvoltura ”bah. La facciamo andare”. Ecco perché da un pezzo ormai nessuno glie lo domanda più, povero Johnny.

Johnny è uno che non si chiama Johnny ma dovrebbe farlo, perché ha proprio la faccia da Johnny: capelli corti biondo-rossicci, occhi chiari ma troppo piccoli per farsi notare, labbra sottili e una corporatura slanciata ed asciutta, nonostante impieghi la maggior parte del suo tempo ad ingoiare caramelle. Qualcuna sostiene sia un bell’uomo, ma la maggior parte non è d’accordo, povero Johnny.

Johnny è una di quelle persone che a prima vista non sapresti dire quanti anni ha. Ama molto dire cose tipo “bella lì”, “ma vai tranquillo”, “alla grande”, “dibbrutto”, “yeah” e una volta qualcuno giura pure di averlo sentito pronunciare un “geddàun” al telefono, cose che evidentemente lo fanno sentire avanti e che hanno un gusto così retrò da farlo apparire, invece, come uno di quegli articoli degli anni ottanta che sulle bancarelle si chiamano vintage per sembrare più fighi e costare venti volte quel che valgono. Stando agli indizi, dunque, il nostro Johnny secondo me ha passato la quarantina, il che lo rende troppo vecchio per legare coi veri giovani e troppo gggiovane per far parte di quelli che contano. In poche parole, senza girarci troppo intorno, diciamocelo… è un vero sfigato, questo povero Johnny.

Johnny subisce l’emarginazione dai giovani e il mobbing dai vecchi e passa le sue giornate a far finta di impegnarsi in un lavoro che detesta e che evidentemente non gli riuscirebbe neppure in un clima più disteso di quello in cui è costretto ad operare, neppure senza aver gente che sta lì con le fauci spalancate in attesa che compia un errore per poterselo sbranare. E di errori, Johnny, ne compie tanti. Elemosina attenzioni, per esempio, fingendo di aver avuto trovate geniali e rincorrendo i capi per i corridoi a suon di “c’è una cosa che volevo condividere con te!”, così loro gli rispondono “è una cosa lunga? perché prima devo…” Uh, e se ne sentono di cose che i capi devono fare prima di poter ascoltare cos’ha da proporre Johhny! come rivedere i conti con la direttrice dell’amministrazione, o scappare in riunione, o andar via di corsa, o addirittura portare il cane dal veterinario. Fra un po’ le scuse finiranno e allora sarà tipo che uno di sti giorni, quando Johnny avrà un’illuminazione qualcuno dovrà urgentemente innaffiare le piante o correre a finire il sudoku. Ma come dar loro torto, se Johnny per esprimere un semplicissimo concetto ci mette un quarto d’ora di ammiccamenti ed inutili condimenti sbrodolosi? E’ logico che la gente tenti di tagliar corto, no, povero Johnny?

Che a guardarlo, lì, così, in piedi in mezzo all’open space senza un briciolo di virilità né credibilità alcuna, non sai nemmeno se quello che provi è più pena per il fastidio che ti dà, o più fastidio per la pena che ti fa. E allora lo vedi tornare alla sua scrivania e pranzare con un paio di barrette ai cereali per poter recuperare quell’ora che alla fine gli servirà per fuggire prima, alle 6 in punto, da una splendida figlioletta di pochi anni, di cui lui spesso parla affermando con aria compiaciuta che ”sta diventando davvero godibile quella bambina lì”, e da una moglie che molto probabilmente gli metterà le corna o almeno si spera, perché se uno non è capace di essere genuino nemmeno quando parla di sua figlia, allora insomma, povero Johnny, capirai anche tu che si giustificano un sacco di cose!


Immacolate considerazioni.

8 Dicembre 2009

La premessa è che non sempre c’è bisogno di allarmarsi. Perché la tendenza è quella, in generale e nel piccolo della mia personalissima esistenza. Che se una c’ha due giorni in più, attaccati al risicatuccio canonico week-end, non è che per forza debba fare la valigia e partire, neh. E non è che se non fa la valigia e non parte, allora per forza deve averci qualcosa che non va, tipo che medita di passare 4 giorni lontano dal mondo, rinchiusa in compagnia dei talk show e del male di vivere.

No. Per esempio, per quanto riguarda me, sottoscritta Unacosacaso, è successo che venerdi sono uscita dal lavoro con la stanchezza che mi partiva dal centro del cervello e si diffondeva tipo scariche elettriche in ogni angolo del corpo e ho pensato “merda, devo correre a casa, fare la valigia, fare le pulizie e domani alzarmi all’alba. Che palle”. E poi è successo che sono salita sul mio autobus il quale, ligio al suo dovere, ad un certo punto è passato sulla darsena, proprio mentre io giravo la testa a sinistra, verso il finestrino, così il mio sguardo ha potuto imbattersi in una romantica visione del naviglio grande, tutto intessuto di fili di palline bianche luminose e allora ho pensato “Io voglio restare a Milano”. Punto.

Premesso questo, c’è da dire che quando ci sono dei giorni, attaccati al risicatuccio canonico week-end, è sempre molto facile che le solitudini e le mancanze prendano piede. Ma il tutto sta a mantenersi in equilibrio gestendo il tempo con astuzia. Non sempre riesce ma, tranquilla mamma, stavolta sì.

Ora. Considerando immacolatamente nell’ordine cronologico degli avvenimenti, resta da aggiungere che:

Quando stai per entrare in un ristorante e fuori c’è scritto che servono il tartufo bianco d’alba, forse è meglio se ti cerchi un piano b. Anche perché poi potresti ritrovarti seduto a tavola con uno dei commensali che chiede “il bollito da 25 euro è possibile averlo anche in una porzione da 20? tipo togliendo qualche pezzo di carne?” e, a meno che tu non ami questo genere di scene, potrebbe essere imbarazzante vedere l’espressione schifata sul volto del cameriere. Ecco, io le amo. E mi sono divertita un botto.

Se poi però quella stessa persona del bollito il giorno dopo ti invita a vedere una mostra, o ti informi bene su cosa sia e poi declini l’invito, o lo declini direttamente senza nemmeno approfondire. Perché altrimenti poi ti ritrovi a guardare dei video in cui succedono delle cose tipo uno che scala una montagna di sedie accatastate l’una sull’altra e sale su un balcone o gente che prende degli aeroplanini e li lancia dall’altra parte di un muro e dovresti sentirti come se stessi osservando un’opera d’arte. E speri che nessuno ti ponga delle domande, che puntulamente arrivano. E allora, credimi, andrà più o meno così:

- Beh? bello no?

- Boh.

- A me piace!

- Io non capisco…

- Io non mi pongo il problema, non mi interessa, guardo e dico “che bello!” e basta.

 - Boh. Io posso dirlo davanti a una foto, o un quadro, che magari può significare qualcosa solo esteticamente, perché “è bello”… ma non riesco a farlo guardando un video in cui succedono delle cose e io non capisco perché…

- Tu hai un po’ troppo bisogno di capire.

- Decisamente sì.

Per fortuna poi si finisce sempre a formulare le solite scontatissime teorie sull’essere single, tanto per distogliersi da scomodi discorsi seri ed appurare che, se andare alle mostre vuol essere un tentativo di dimostrare a noi stesse di essere delle donne intelligenti, ebbene, oggi è miseramente fallito.

Ma tanto il mio week-end si prospetta all’insegna della cultura, avrò modo di rifarmi con V. e K. nelle prossime ore: una due-giorni fitta fitta di cinema-mostre-bancarelle. Ecco. E a questo punto giunge la terza immacolata considerazione: c’è solo una cosa che una femmina come me sa fare meglio dell’autocommiserarsi in buona compagnia: autocommiserarsi in buona compagnia, davanti ad una buona dose di alimenti molto calorici. E così, armate di ottime scuse del genere “no, ragazze, c’è troppa coda”, “no vabbè, che folla c’è, ma nessuno è partito per il ponte?”, “oh, io con tutta sta gente impazzisco”, la nostra due-giorni di cultura è stata agevolmente convertita in un tour enogastronomico, ma dagli equivalenti effetti benefici, oserei dire.  Ah no, c’è stata la fiera del libro usato, dai!  In cui io ho fatto un solo acquisto, e non è un libro, perché tanto non leggo.

Mh, a proposito di acquisti, ecco, non potevo sentirmi del tutto femmina senza dedicare una giornata allo shopping, no? e così ho fatto oggi, complice una mattina di sole di quelle che ti strappano fuori di casa, con piazza del Duomo di uno splendore accecante, le bancarelle di tutti i colori e tutti i profumi, e il brulicare di persone che in fondo no, a me non dà così fastidio e bisognerebbe provare a vivere a Udine per capire perché. Tappa scontata alla Fnac, dove una bimba con la gonnellina scozzese e una borsetta a tracolla saltellava nel reparto letteratura straniera con due libri in mano, che ad un certo punto le sono caduti e il papà è arrivato da dietro con una faccia davvero antipatica a dire “non sai nemmeno tenere due libri in mano” ed è stato un peccato perché la bimba, che era proprio di una contentezza contagiosa, dopo aver raccolto i libri ha smesso di saltellare e ha preso a camminare strisciando i piedi sulla moquette e guardando in basso. Io, in compenso, non avevo manco un libro in mano. Però avevo tre film di Truffaut, che alla fine ho comprato. Perché spero mi assolvano da tutti i peccati. Nel nome del padre del figlio e dello spirito santo.


Bright lights

4 Dicembre 2009

Cast your mind back to the days when I’d pretend I was okay, I had so very much to say about my crazy living. Now that I’ve stared into the void so many people I’ve annoyed, I have to find a middle way, a better way of giving.

So I haven’t given up, but all my choices, my good luck, appeared to go and get me stuck in an open prison. Now I’m trying to break free, be in a state of empathy, find the true and inner me eradicate de schism.

No-one can take it away from me and no-one can tear it apart.  It may be elaborate fantasy, but it’s the perfect place to start. 

Beacuse a heart that hurts is a heart that works.