L’uomo che verrà

25 gennaio 2010

Un week-end che comincia con un venerdì sera all’insegna de La prima cosa bella di Virzì, proseguito con un sabato sera di Cerimonia Anarcoolica in cui scoprire il genio di Piero Ciampi e  di Massimiliano Loizzi e bere tanto vino, non può concludersi con L’uomo che verrà! Povera amica mia, perché non siamo andate a vedere Sherlock Holmes? Salutare questo week-end con una spanzata di Robert Downey Jr. era cosa buona e giusta, dannazione!

Cose da ricordare:

- Tornare a vedere i Mercanti di storie al Teatro della Contraddizione.

- Non vedere mai più un film a scatola chiusa.

- Non tutti i film che includono Alba Rohrwacher devono per forza essere fighi per definizione.


Ciao mamma, guarda come mi diverto…

21 gennaio 2010

Nella nostra ultima telefonata mia madre ha espresso più del solito alcune sue perplessità riguardanti il mio presente, buttando lì qualche spunto per il futuro, facendo riferimento a miti del passato. Nella fattispecie, in breve:

- Senti, ma stai continuando a guardarti intorno per altri lavori…?

- Al momento no.

- Eh ma ti conviene farlo, è sempre meglio cercare quando si ha ancora un contratto…

- Sì appunto, ho ancora due anni di tempo.

- Beh poi tra due anni potresti avere il tesserino da pubblicista, quindi magari potresti anche provare col giornalismo…

- …

- L’altro giorno una mia collega mi ha fatto leggere il tema di una bambina, commentando “guarda quant’è brava, questa da grande farà la giornalista”, e in effetti sì, era ben fatto, ma la bambina era pur sempre di quinta e a me è venuto da pensare ai temi che scrivevi tu in seconda…

- eh…

- Perché non hai pensato di fare la giornalista?

- Boh. Beh ma non sono mica morta, volendo c’è tempo…

- Oppure mettiti a scrivere un libro! pensa a quella che si è inventata la storiella di Harry Potter i miliardi che si è  fatta!

- Mamma “la storiella di Harry Potter” è un’opera epica pari quasi alla Divina Commedia. Non è che tutti possono scrivere quella roba lì!

- Ma tu hai un sacco di fantasia, pensa alle cose che scrivevi!

- Sì ma mamma non puoi riferirti a cose che ho scritto quando avevo 7 anni, sono passati 20 anni, hai mai più letto qualcosa di mio nel frattempo?

- Beh, le recensioni. A proposito, ma perché ti vai a guardare sempre quelle cose così pesanti? ma vai al cinema, vatti a vedere qualcosa di divertente, ogni tanto!

- Mamma guarda che a teatro capita anche di ridere, eh… mica fanno solo le tragedie. Per cose divertenti intendi tipo “Cado dalle nuvole”?

- Mah, volendo…

- Mamma ma Checco Zalone non mi fa ridere, mi fa piangere!

- E sì però sei pesante eh… vabbè.

In pratica mia madre sostiene che io tenda ad autoinfliggermi delle punizioni e io ho cercato di convincerla che mi diverto così. Certo che se avesse assistito anche lei a “Torno Tardi” , l’ultimo spettacolo che ho visto a teatro, eh beh… avrei dovuto dargliela vinta.


I ponti di Madison County e i portici di Milano.

15 gennaio 2010

Due sere fa, trottando verso il Teatro San Babila sotto i portici di Corso Vittorio Emanuele, ho sentito un uomo suonare il sax e ho pensato “questa è la musica più triste che conosca”. È curioso: se mi chiedi quale sia la mia canzone preferita non ho cartucce da sparare in cima alla classifica di gradimento ma, se mai dovesse servirti, ho pronta la numero uno di quelle più tristi. È lei, ne sono certa, perché tutte le volte che la sento mi impregno della stessa sensazione di profonda malinconia. Penso a come molte sensazioni così profondamente sconvolgenti, come questa tanto apparentemente immotivata quanto nitida e intensa, imparino a passare inosservate, metabolizzate nell’economia del poco tempo e delle poche risorse di cui disponiamo, ingoiate da una specie di meccanismo di autoregolamentazione energetica. E così la mia malinconia prende pian piano il largo, insieme all’eco di un sassofono che si dissolve in lontananza ed io posso giungere in tempo, e pronta, e concentrata, proprio là dove devo andare, a fare quello che devo fare: assistere alla prima de “I ponti di Madison County”, spettacolo che – avrò modo di scoprire di lì a poco – non avrà la forza necessaria a risollevare il mio umore un po’ flaccido.

Esco e tutte le parole che hanno riempito il teatro, fino a qualche minuto prima, sono già scivolate via senza lasciare traccia. Imbocco Corso Vittorio Emanuele in senso opposto e mi dirigo verso casa. Sempre di fretta. Ho perso l’abitudine di camminare piano e non so perché. Me ne accorgo e giustifico pensando che è tardi e sono una ragazza che cammina per strada da sola, ma non mi convinco. Non è questo il genere di cose che mi fanno paura e poi ho imparato a camminare da sola: basta tenere gli occhi bassi, per non entrare in contatto con gli altri. Ho perso l’abitudine di camminare piano e corro, corro anche adesso, verso casa, e non so perché. Non è neppure fretta di andare a dormire, non sono stanca. Seguo solo il ritmo delle gambe ed assecondo la falcata.

Di nuovo una musica, sotto i portici. Niente Ave Maria, però. E niente sax. Un uomo che suona l’arpa. Mi avvicino, velocemente, gli passo accanto, lo supero e solo dopo mi accorgo che un signore, che prima era davanti a me, si è fermato ad ascoltare. Mi volto per guardare, non smettendo di camminare. Il signore mette una moneta nel cappello del musicante e fa per andarsene ma poi resta lì, ad ascoltare. Ed io sento all’improvviso quella musica e mi accorgo che è bella davvero. Che quell’uomo lì suona proprio da dio.

E sento qualcosa nel petto, ma non mi viene la parola… somiglia a una specie di dispiacere che conosco, che ha le sembianze di quel lievissimo senso di colpa e di vuoto che ti prende quando passi oltre un pezzetto di vita e decidi di perdertelo. Lo decidi, inconsciamente forse, ma è una scelta precisa quella di sfrondare cose che non appaiono più di tanto necessarie. Cose che invece alla fine magari “meritano”, come si suole dire. Cosa? Una moneta, sì, perché no. O anche solo un po’ di attenzione. Quella che io non presto alla stragrande maggioranza delle cose, tutte quelle che non mi riguardino in primissima persona. Quanti suonatori di arpa mi sarò persa fin’ora? Quanta vita mi sarò lasciata alle spalle? Me lo chiedo e basta, senza enfasi o melodrammi e senza piangermi addosso. Semplicemente, cercando una risposta nel desiderio profondo e disperato di riuscire, un giorno, a mettermi davvero in gioco. A giocare, sì, senza per forza conoscere prima tutte le regole, senza pensare a vincere. Giocare, come fanno i bambini: cadendo, sbucciandosi il ginocchio, sporcandosi i vestiti. Alleandosi, litigando, difendendosi. Divertendosi.

Una risposta, che mi convinca a cancellarmi da questa stupida “lista d’attesa per giorni migliori” e che mi liberi dal miraggio di una terra promessa in cui l’ordine sarà ristabilito dall’arrivo della me stessa che ho in mente e che, verosimilmente, nemmeno esiste. Oddio, mi credo forse il Messia?

Forse, più che di mancanza di autostima, soffro di deliri di onnipotenza.